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Ago
23

La doccia

La doccia - Racconti Triangoli, anal, anziana, bull, chuk, coppia, fetish, vecchia, vecchio

Cittadina di mare, semisconosciuta, almeno nella sua parte interna, dove, a grande distanza dal centro e dalla spiaggia, avevo potuto parcheggiare in quel giorno di mercato.
Se il percorso dalla macchina al mare mi era sembrato lungo la mattina, adesso nelle prime ore del pomeriggio, mi sembrava incommensurabile, infernale, eterno.
Attraversavo caseggiati e condomini anonimi, non un’anima in giro, per cui anche la distrazione di osservare qualche bella passante in tenuta marina mi era preclusa.
Ecco, la lieve salita, anche questa che all’andata era stata un sollievo diventava ora un vero supplizio. Villette trasandate occupavano quel lato della strada, privandomi anche della poca ombra dei palazzi. Il caldo di quella umida estate mi faceva scorrere rivoli di sudore sulla fronte e la nuca, il petto e la schiena erano intrisi di una patina di traspirazione che appiccicava la camicia bianca.
Non una fontana, una cannella, per cui avrei pagato oro! La spallina dello zainetto mi sembrava bruciare e lo alternavo da una spalla all’altra.
Un’anziana signora, in quel deserto bollente, spazzava qualcosa sul portoncino di casa, dove, dietro una tenda bianca vaporosa, si intuiva un interno fresco, un’invitante penombra areata.
La signora, vestita di un grembiulone da spiaggia, ampio di cotone o lino ecru, sottile e fluido sul suo corpo, si muoveva lentamente ma con grazia flessuosa.
Le sue forme, abbondanti e pesanti, pur senza renderla grassa, nonostante la sua altezza media, si vedevano ondulare sotto la stoffa leggera, quasi non avesse avuto neppure biancheria intima, cosa comprensibile, visto il clima. I capelli abbondantemente imbiancati erano raccolti e tenuti con una pinza sulla testa, con abbondanti ciocche che sfuggivano pendenti sul viso e sul collo.
L’età?Il computo non era facilissimo. Il mio ponderato giudizio, maturato in una decina di metri di cammino lento e stanco, percorsi dal momento in cui l’avevo scorta, fu che era sulla sessantina, con un fisico non sciupato, pelle ancora tesa dalla carnosità e dal leggero sovrappeso.
Mentre passo si volta, il viso più magro di quanto ci si aspettasse, aveva uno sguardo profondo, belle labbra carnose, chiare, appena un po’ di appesantimento sotto il mento, occhi dal sorriso brillante, chiari.
Vidi che aveva raccolto qualche foglia in giardino, forse menta, si raddrizzò voltandosi verso di me, mi inquadrò e un’espressione quasi di compatimento si formò sul suo volto. Dovetti lanciare uno sguardo patetico, perché la signora si sentì in dovere di dire: "Dura eh? Con questo caldo?" Sorrise, mentre mi squadrava da capo a piedi con i suoi occhi chiari. Con un filo di voce dissi che si, mi pentivo di aver lasciato la macchina così lontana, ma non c’era un posto in quella mattina di mercato.
“Gradirebbe un bicchiere d’acqua?” mi disse in modo affabile ma con una nota di tensione nella voce, un che di attento nel modo di fare, che mi lasciò perplesso. Non ce la feci a rifiutare, anche se capivo che forse lo aveva detto per gentilezza, aspettandosi un mio rifiuto. ”Entri un attimo in giardino, all’ombra del vecchio melo” questo mi parve in contrasto con l’aria attenta, ma forse l’avevo interpretata male io.
“La ringrazio, lei è una specie di buon samaritano, un angelo direi quasi, salvo che gli angeli non avendo sesso certo, non le assomigliano!”
Rise leggermente, fece per entrare poi ci ripensò: “Guardi venga in casa, che qui fuori è comunque troppo caldo, se non ha troppa fretta naturalmente”.
“Ma signora non vorrei disturbarla” dissi, mentre lei era già oltre la porta, senza lasciarmi possibilità di scelta. La fresca penombra mi attraeva fortemente, così la seguii.
Era subito accanto alla porta, non me lo aspettavo, mi sentii afferrare la mano e, con voce ora davvero tesa, mentre mi conduceva per il corridoio: “Vieni, hai bisogno di rinfrescarti, e io conosco un sistema infallibile” era passata al “tu” e qualcosa vibrava in lei. Mi risvegliò improvvisamente pulsioni che erano assopite e lontanissime.
Improvvisamente compresi il tono della voce, lo sguardo attento: non era timore, era eccitazione!
Questa consapevolezza, nel volgere di pochi secondi cambiò totalmente la mia situazione interiore, vidi la signora in tutt’altro modo, ne valutai rapidamente le potenzialità seduttive ed erotiche e l’eccitazione che aveva pervaso lei ora saliva anche in me.
Eravamo altri da quelli che erano entrati, un’anziana gentile e un turista accaldato e stanco, quando arrivammo, dopo pochi metri, alla camera, dove lei mi aveva condotto, tanto per non lasciare dubbi sulle sue intenzioni.
“Ora rilassati, penso a tutto io” mi disse, con voce bassa e vibrante.
Mi prese lo zainetto e lo posò su una sedia, mentre già mi stava slacciando la camicia.
“Hai bisogno di una bella rinfrescata, una doccia è quello che ci vuole. Una doccia a modo mio però”.
Mentre con le mani ancora mi sfilava la camicia dalle braccia, la sua faccia si avvicinò al mio petto, coperto da una patina umida di sudore, e la sua lingua iniziò a lambire la mia pelle, scorreva tra i peli del torace, aiutata dalle labbra che si schiudevano a aprivano a suggere saliva e sudore via via che la bocca si spostava sul mio corpo.
Si muoveva con agilità quella donna formosa e attempata, mostrando una famelica voglia di sesso che la trasformava ai miei occhi. Era una sorta di vestale, di anziana ed esperta maestra di erotismo, mi girava intorno, senza staccare la bocca dalla mia pelle sudata, mi leccava la schiena, il collo, il viso, sentivo il suo alito, non sgradevole, di the speziato sembrava, mentre mi leccava la fronte, il naso, il mento. Le labbra incredibilmente morbide e bagnate, scendevano ora sulla mia pancia, mentre abili mani mi slacciavano contemporaneamente i pantaloni, che caddero ai miei piedi, seguiti dagli slip che le sue mani avevano abbassato mentre la lingua instancabile si avventurava nel mio inguine, tra i peli del pube e il suo viso sbatteva contro il mio cazzo già duro e dritto da tempo.
Lo bloccò prendendolo in bocca, dove lo infilai volentieri, dando anche un colpo di bacino per spingerlo a fondo, cosa che lei accolse assecondandomi e facendosi arrivare la cappella in gola. Così serrata sul mio pube, riuscì a sfilarmi pantaloni e slip, operazione che aiutai sollevando un piede alla volta.
Si dedicò al membro con la stessa doviziosa attenzione che aveva messo per il resto del corpo, ma non concluse il pompino, ne sorbì gli umori, passò la punta della lingua lungo la commessura del glande, lo tenne nella profondità della sua bocca per qualche decina di secondi, leccandone poi bene l’asta che era intrisa e gocciolante della sua bava, leccò i peli e poi passò ai coglioni,poi all’interno coscia. Mi fece alzare una gamba e appoggiarla sul letto, per arrivare bene sotto, percorse il perineo, arrivò, insinuandosi con la testa, inginocchiata com’era, nel solco del mio culo. Sentivo che cercava il punto più recondito e sensibile, aveva la faccia praticamente dentro le mie chiappe e ora la bocca era aperta proprio sulla zona profonda e la lingua lambiva e si faceva strada nel buchetto, si aiutò con le mani, per dilatare la parte, riuscendo così a penetrarmi lo sfintere con la lingua, che sentivo impertinente e curiosa frugarmi e spingere sull’ano e dentro, con effetti esplosivi, devo dire, sull’erezione in corso.
Il grembiulone leggero intanto, visti i contorcimenti e le posizioni che il suo corpo prendeva, per ottemperare a quel lavoro accurato, si alzava, si spostava, risaliva e lasciava libere le gambe grassottelle e chiare, fino a rivelarmi ciò che avevo supposto all’inizio: l’assenza di intimo.
La sua fica dai peli radi e chiari, non troppo curati, era apparsa, grassoccia, seminascosta al mio sguardo da un paio di pieghe del basso ventre. Era visibile tutta la zona, ancora più bianca, coperta dal costume, avendo evidentemente la signora preso un po’ di sole, che le aveva donato un’abbronzatura leggera color latte macchiato.
Ora si era portata dietro, sgusciandomi da sotto le gambe e stava leccando e baciando le mie chiappe, tenendole strette ciascuna in una mano. Dilatava anche il solco e dava altre leccate sparse al suo interno, buco compreso.
Poi mi fece sdraiare sul letto e si dedicò alle cosce, ai fianchi, arrivando alle ascelle, su cui insistette a lungo, per scendere poi alla gamba, ginocchio, piede. Prima il lato destro poi il sinistro.
I piedi, anche loro, furono oggetto di una cura particolarmente meticolosa, con lingua che entrava tra le dita, con lunga insistenza sotto la pianta, sul tallone, quasi volesse ammorbidirne l’ispessimento epiteliale creatosi con l’uso dei sandali e con l’andare scalzo sulla sabbia e sulle spiagge sassose.
Il trattamento volgeva al termine e la mia pelle era adesso rilassata, elastica, fresca, come nessuna doccia ordinaria avrebbe potuto lasciarla.
Leccata a fondo l’ultima falange dell’alluce sinistro, sempre guardandomi negli occhi, si alzò, appoggiandosi per aiutarsi, al letto. Lo fece in due riprese, prima si mise su un ginocchio, poi tenendosi alla spalliera di legno, si tirò su, un po’ pesantemente. Il lavoro l’aveva provata fisicamente, forse per l’energia e l’incondizionata dedizione con cui l’aveva svolto.
Una volta in piedi, prese il suo abito da spiaggia dai fianchi e iniziò a tirarselo su, scoprendo dapprima le gambe, le cosce rotondette, il ventre e il bacino, senza smettere di guardarmi negli occhi, mentre i miei invece spaziavano sul suo corpo pingue e chiaro. Continuò a sfilarsi l’abito alzando le braccia, mostrandomi tutta la voluminosa pancia bianchissima, solcata da vene azzurrine, e le grosse mammelle, appesantite dagli anni, che pendevano poco sostenute dai tessuti connettivi sfiancati dal tempo, ma ancora capaci di dare forma rotondeggiante alla parte bassa di quei seni non piccoli. Le aureole grandi e chiare, il capezzolo scuro e grinzoso, lievemente eretto che definiva la forma gradevole delle tette, in verità per me ancora decisamente attraenti.
Rimase nuda di fronte a me, e mi chiese come stavo adesso, dopo la doccia.
Dissi che mi sentivo molto meglio, anche se ora avevo altre esigenze, urgenti, da soddisfare…
“Certo caro! Anche io le ho queste esigenze, cosa credi! Però devi accettare alcune condizioni, indispensabili per me; credo di meritarmi delle attenzioni, ho lavorato molto per te e bene credo...” lo disse sorridendo con lo sguardo attento, un po’ ferino, che le avevo visto prima di iniziare.
Non capii ovviamente a cosa si riferisse di preciso, immaginai che volesse essere leccata, o qualcosa del genere.
Insomma non era poi così repellente! Anzi era una signora ricca di attrattive, pur con un fisico leggermente appesantito e dalla bellezza leggermente appassita, qualche grinza ma sicuramente non repellente.
Non pensai ad altro, ormai volevo concludere in qualche modo. Accettai che mi ponesse le sue richieste, dicendo che avrei accettato le sue condizioni.
“Rimani lì. Faccio in un attimo” mi disse, dirigendosi fuori dalla camera, lasciandomi apprezzare la visione posteriore del suo corpo, con il grosso culo ancheggiante, da odalisca quasi, e la schiena pingue che ancora mostrava però una muscolatura arcuata e due accenni di fossette all’attacco del culo.
Rimasi decisamente sorpreso quando rientrò: un anziano signore, un po’ trasandato, magro e alto, la seguiva. Aveva una settantina d’anni, qualcuno più di lei, mostrava nudo il petto pieno di bianchi peli, il ventre leggermente prominente, solo un paio di boxer, semiaperti sul davanti, coprivano malamente il resto. Le magrissime gambe bianche, con poca peluria sparsa sulle cosce flosce, sbucavano dai boxer. Ciabatte di plastica ai piedi. Non era certo un gran belvedere e contrastava col fisico florido e vitale della signora. Lo presentò come suo marito e disse che lei aveva bisogno della sua presenza, e lui di noi, per dare seguito alla loro vita di coppia che ultimamente aveva necessità di stimoli esterni.
“Scusa se non te l’ho detto prima, ma vedrai che non ti darà noia, anzi, potrebbe essere anche più eccitante scoparmi davanti a mio marito. Temevo che sapendolo prima non avresti accettato”.
Non sapevo che dire, ma ormai che ero lì, non mi sarei sottratto.
Rivolta a lui: “Ora vieni Lucrezio, sono un po’ accaldata e sudata, prego”. Alzò le braccia e il marito andò a leccarla, deterse a fondo le ascelle non rasate della moglie, poi leccò con accuratezza la parte inferiore delle tette, sollevandole una per volta. Leccò il suo collo, dietro all’attaccatura dei capelli, dove vedevo luccicare perle di sudore. Poi lei si sdraiò accanto a me sul letto, per traverso, le gambe fuori e lui, chinandosi con non poca fatica, si avventò quasi famelico sugli inguini grassi di lei, spostandole e divaricandole le gambe, lappo’ con gusto la grassa fica, dilatandone le labbra carnose con le dita. Poi lei alzò le gambe, mettendo i piedi sul bordo del letto, e lui si avventurò con la lingua nel punto di passaggio tra fica e buco posteriore, divaricando le carni pingui delle chiappe, per arrivare meglio a leccarle il sudore prodottosi nel solco del culo.
Già che c’era leccò e succhiò anche i piedi di lei, che non erano certo sudati, ma che evidentemente rientravano in quel rito, per loro ( e devo dire anche per me...), eccitante.
“Ora mi sento meglio!” disse lei, girandosi verso di me e afferrandomi il cazzo che non aveva diminuito la sua smagliante forma!
Il marito si sedette sulla poltroncina ai piedi del letto, portando subito la mano nell’apertura dei boxer; nel frattempo lei si era messa in ginocchio sul letto con la testa sul mio cazzo, che segava e succhiava, dandomi ancora prova della sua magistrale abilità nel pompino.
Quando ritenne fosse giunto il momento (forse aveva una sua misura della durezza ottimale di un cazzo) si staccò, e si mise prona, faccia appoggiata al letto, gambe aperte, con le ginocchia sul bordo, e culo e fica ben in mostra, in modo che io, alzandomi e rimanendo in piedi al lato del letto, potessi penetrarla a dovere!
Così feci, scegliendo tra i due buchi quello della vulva; inizio sempre con la penetrazione classica.
Era ampia, bisognosa probabilmente di ben altre dimensioni e forse altri oggetti che non un cazzo, pur rispettabile, come il mio.
Muoveva il bacino, cercando di supplire alla rilassatezza delle sue pareti vaginali, con il movimento, mentre la testa era girata indietro a guardarmi, e le tette pendevano strofinandosi sul letto al suo ondeggiare…Movendo il culo in quel modo, questo di apriva ritmicamente, mostrandomi la zona ampia, pigmentata in modo più evidente del resto, del suo ano. I suoi occhi mi guardavano concupiscenti, mi chiedevano praticamente di cambiare orifizio, si, mi supplicavano di farlo!
Tolsi il cazzo ormai teso e duro oltre ogni limite, e lo appoggiai sull’imboccatura della piccola caverna pelosetta, proprio nel bel mezzo della zona rosa scuro, sfumante nel mattone bruciato del suo ano.
La sentii fremere, mentre un’occhiata al marito mi mostrò che si era abbassato i boxer, lasciati accovacciare alle caviglie secche, e manovrava un lungo salsicciotto biancastro, con una grossa cappella rosso scuro, ancora non rigido, ma che acquistava lentamente consistenza, così lungo e floscio da sbattere contro la mano mentre questa andava su e giù, con i coglioni che pendevano nella lunga pelle delle scroto, abbondante e scura, quasi arrivando a metà gamba dell’anziano cuck.
Spinsi il cazzo vincendo rapidamente la tenue resistenza dello sfintere della donna, e penetrandola a fondo nel retto.
“Inculami, inculami, siiii, sbattimelo nell’intestino! - iniziò a dire lei, con voce roca ma forte - Guardami Lucrezio! Guarda che troia è tua moglie! Lo sai vero che ho sempre amato farmi chiavare così? Lo sai che il mio culo ha fatto felici tanti cazzoni!”
Così dicendo indietreggiava per farsi penetrare più a fondo. Io allora afferrai le chiappone con le mani e dilatai al massimo, in modo da aprire il solco e penetrarvi meglio in mezzo, cosìcche il cazzo entrasse ancor più dentro!
Guardavo quel culo, solido ma morbido, la cui consistenza muscolosa più turgida era ormai passata. Le carni si muovevano ondeggiando e vibrando, alcune macchie rossastre, piccoli lividi procuratesi nelle faccende quotidiane, rendevano il pallore disomogeneo, altre violette, reticoli di capillari evidenti, resi rigidi dagli anni, concorrevano a creare quella colorazione policroma che distingue la pelle di un’anziana da quella di una giovane.
“Ti piace così impalata? - chiesi al vecchio? - E tu sei sempre stato cornuto?”
“Si, si, è sempre stata una porca impossibile da soddisfare per me! Mi sono fatto tante seghe, sapessi, mentre la chiavavano e poi da solo, quando ci ripensavo”.
“Portami il mio giocattolo, cornuto” disse la donna al marito. Lui si alzò, il cazzo abbastanza rigido, ora, anche se pendente verso il basso, continuando a menarselo, aprì un cassetto e ne tirò fuori un enorme fallo di gomma. Un oggetto lunghissimo con entrambe le estremità a forma di cappella, dal diametro più fine sulle punte e più grosso al centro.
Io continuavo a stantuffarla, muovendomi nel suo retto in ogni direzione, con l'orifizio che si deformava seguendo gli spostamenti del cazzo e lei che mugolava ed emetteva brevi sospiri forti e acuti. Mi disse di far posto al marito che le avrebbe infilato il giocattolo, come lei lo chiamava, nella fica, mentre il mio cazzo continuava a occuparle il canale rettale e le manteneva aperto e teso lo sfintere.
Sentii Lucrezio che si dava da fare, sentivo le sue dita adunche sfiorarmi e solleticarmi lo scroto, il cazzo, finchè non infilò nella ficona di lei quell’arnese enorme.
Lei lo prese con una mano dall’estremità opposta e lo manovrò velocemente e con foga, mentre io con la stessa energia la impalavo, e sentivo attraverso la parete del retto la grossa protesi, spingermi sul cazzo. Lei godette, più volte, orgasmi lunghi e ripetuti, con esclamazioni di gola, prolungate, intramezzate a frasi spezzate rivolte al marito e a me, come: “guarda che troione sono” “cosa sono dimmelo” e lui, o io, "sei una gran zoccola, sei una mignotta!"
Alfine venni anche io, spruzzandole nel profondo del retto qualche fiotto abbondante di sperma bollente, ma volli trattenermi. Tolsi il cazzo dal suo culo, che guardai brevemente, così aperto e surriscaldato, per poi farla girare e finire di venirle in bocca, mettendomi a cavalcioni della sua faccia.
Mi chinai in avanti per infilarle il cazzo in bocca, che teneva spalancata, dove continuai, sollecitato dalla sua lingua, a sborrare abbondantemente, ancora diversi schizzi potenti, poi dei rivoli abbondanti, fluidi e calmi, e infine grosse gocce più dense, che uscivano a tratti. Mentre si svolgeva il completamento dell’eiaculazione, estraevo sempre più il cazzo dalla sua bocca, che rimaneva aperta a calice, senza che lei ingoiasse, lasciando che lo sperma si accumulasse nella cavità orale.
Mi sollevai infine e mi pulii la cappella sulle sue tettone, a quel punto si alzò anche lei, chiudendo le labbra, ma, notai, tenendo in bocca più sborra possibile, ne aveva ingoiata appena un po’ per poterla contenere nella bocca chiusa, un filo di sborra e bava le scendeva dagli angoli della bocca sul mento e scivolava lentamente sul collo.
Con il grosso e lungo dildo di gomma ancora appeso tra le gambe grassocce, ben piantato nella vulva, camminò fino al marito, il quale sempre menandosi il lungo uccello dalla cappella paonazza, reclinò la testa schiudendo a sua volta le labbra, e lei lo baciò, passandogli il mio succo che poi entrambi bevvero voluttuosamente.
Lui continuò a leccarla, suggendo ogni traccia di sborra, dal collo, e dalle tette, che lei gli offriva sporgendosi su di lui.
Poi la donna si abbassò sul cazzo del vecchio, che proprio in quel momento, scosso dalla mano di lui, emetteva un po’ di liquido trasparente, che lei si mise a succhiare dalla fonte e dalla mano magra di lui.
Mi venne un’idea, vedendo la schiena grossa e larga, massa di carne bianca di lei e il grosso culo che avevo chiavato, dal quale, appena sotto pendeva, come massiccia coda rosa, il fallo spropositato di gomma, che ancora lei aveva nella fica.
Le dissi di mettersi a pecora sul letto, e a lui, di sdraiarsi sotto di lei, con la testa in mezzo alle gambe, a 69.
Quando furono in posizione presi l’estremità libera del cazzo in gomma e lo girai, puntandolo sul buco del culo della signora, nel quale entrò senza dover troppo forzare.
L’uomo approfittava leccando come poteva, la carne di lato, avanti e dietro il cordone gommoso che penetrava, usciva e ripenetrava negli orifizi della moglie.
Guardavo l’ano della anziana donna deformarsi e dilatarsi per fare spazio al fallo fuori misura, mentre ne facevo entrare una parte impensabile, visto la lunghezza spropositata di quel coso, la signora accoglieva decine e decine di centimetri di lunghezza nell’intestino, per una larghezza il cui diametro crescente arrivava sicuramente a sfiorare i 6 /7 cm, senza dare segni di particolare disagio, anzi dando evidenti segnali di piacere.
Si era formato una specie di grande anello tra il culo e la figa della donna, e dissi al marito di appendersi e muovere quella “maniglia della troia”, per aumentare il piacere di lei, mentre spinsi la testa della zoccola sul cazzo del vecchio, ormai tornato carne morta, un lungo salsiccione afflosciato, dalla cappella fuori misura, di colore quasi bruno, che svettava sull'asta bianca e molle.
I coglioni, nello scroto allungato e pendulo, facevano brutta mostra di sé tra le cosce rinsecchite dell’uomo, e dissi a lei che glieli prendesse in mano e li leccasse, e succhiasse uno ad uno, mettendoseli in bocca. Volevo vedere se con quel trattamento, al vecchio si indurisse ancora l’uccello.
L’operazione riuscì solo in parte, mentre dopo un po’ sentii la donna mugolare più forte e la vidi inarcarsi e scuotersi, segno che la manovra della maniglia della zoccola aveva dato i suoi frutti orgasmici. Allora le tolsi dalla fica un’estremità del morbido bastone gommoso, dando la possibilità al marito di succhiarne, bagnandosi tutta la faccia, gli umori che uscivano copiosi, completando così il piacere di lei.
Dopodichè, sempre controllando che la donna continuasse l’applicazione sul sesso mencio e le palle del marito, iniziai a sfilarle dal retto l’altra estremità del serpentone rosa. L’ano si estrofletteva, e il gommoso bastone portava con se fuoriuscendo, umori biancastri e sfilacciature fecali, chiare, dall’odore leggero ma inequivocabile. Un cocktail, in cui la mia sborra aveva una parte importante, iniziò a riversarsi sulla faccia estasiata del vecchio. Così, via via che toglievo dal culo di lei il serpentone, lo facevo scivolare lungo il corpo di lui, imbrattandolo e imbrattando la pancia e il ventre e le tette pendule della donna che si strofinava sul marito.
Alfine stappai il culo, e a quel punto fu più abbondante la cascatella fluida di sperma, umori rettali e residui enterici, che si sparse sul viso dell’uomo e nella sua bocca spalancata.
Mi raccomandai che bevesse e ingoiasse tutto, con calma, assaporandone il gusto forte e dolciastro, per poi fargli leccare e nettare l’ano di lei, che era ancora dilatato e con le pareti estroflesse, a formare una specie di bocciolo rosa scuro, che lui a forza di leccare, fece rientrare, ben pulito, mentre il muscoletto orbicolare di lei, riacquistava con molta lentezza dimensioni accettabili, pur senza ancora chiudersi al livello iniziale.
Tutto questo ebbe la conseguenza di far ingrossare e quasi indurire il cazzo del vecchio, così feci insistere la donna, fino a far fuoriuscire di nuovo, con masturbazione manuale e di bocca, qualche goccia di liquido seminale dall’orifizio sporgente della rossa cappella, ormai paonazza, risultato questo che lasciò il poveruomo completamente rimbambito e stremato sul letto.
Mi rivestii e la donna, ancora nuda, mi accompagnò alla porta.
Mi ringraziò, mentre io le dissi che non c’era nulla di che, e ringraziavo anzi lei, mi salutò con due baci sulla guancia come se ci fossimo incontrati al caffè per una bibita, e mi disse che qualora fossi passato nuovamente dal paese sarebbe stata contenta se mi fossi fermato di nuovo. Lì ebbi una specie di intuizione lampo, dicendole che sarei dovuto passare in zona il mese successivo con due colleghi di lavoro, e vidi di nuovo nei suoi occhi chiari quello sguardo attento e brillante.