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Dic
13

Privè

By LaPassiflora // // 0 Commenti // letto 3488 volte
Privè | Racconto erotico sadomaso

Nessuno, a parte lui, vicino al bar.
Sotto la luce dei faretti, impassibile e annoiato, lancia sguardi sopra gli uomini e le donne che affollano il privé.
Sono vestita secondo i canoni del leather fetish dress code: gonna di pelle, tacchi a spillo e corsetto in pvc. Per sfuggire al ritmo della musica mi accampo in un angolo e assisto allo scorrere dei fianchi tra i gruppi che ballano. Rare coppie di donne roteano strette le une alle altre: cinture borchiate, bracciali, lunghi abiti neri di latex. La coppia che seguo con gli occhi, due dee che si stritolano a vicenda, sta aggirando la pista incrociando gambe fasciate da alti stivali alla coscia, si dirige verso uno dei separè aperti intorno alla sala.
Al bar, lui nota la stessa interazione spontanea e per un momento, sono certa, penso che seguirà lo stesso circuito del locale; invece, lo vedo rispondere a una domanda del barista che non riesco a sentire, e ordinare ancora da bere.
Di tanto in tanto qualche slave solitario è in caccia e confida sul vantaggio che stasera non c’è molta concorrenza; generalmente, in questi casi, le Mistress accordano più facilmente uno sguardo, danno agli schiavi la possibilità di avvicinarsi, con la testa abbassata, per interminabili minuti, finché regge loro la speranza o il permesso di implorare che possano offrire da bere o massaggiare i piedi.
Sto osservando appunto una di queste Domme dai capelli chiari che accorda a uno slave di sedersi di fronte, dove lei tiene il piede in una scarpa dal tacco vertiginoso e lui con infinito amore lentamente gliela sfila, sfiorando appena la pianta con la punta delle dita. Lui sembra domandarsi se lei gli permetterà di sfilare la calza e baciarle i piedi, leccarglieli tutti. La donna nel frattempo ha appoggiato l’altro piede calzato direttamente sul pube dell’uomo, il tacco spinto sui coglioni e la suola dolorosamente premuta alla base del pene che immagino gonfio. Per lui è una serata molto fortunata. Per un istante vedo il suo collo cadere all’indietro, sottomesso, con la sofferenza stampata sul viso. La donna è sicura, calma, e l’uomo sembra un ragazzino costantemente ubriaco. Gli altri sub devono invidiarlo molto, anch’io lo invidio, continuo a guardarlo e a prestare attenzione ai capricci che la donna concede in privilegio.
Prima che me ne renda conto, lancio una rapida occhiata in direzione del bar e mi accorgo che lui non è dove credevo che fosse; con un tentativo malriuscito di sembrare distratta volgo la testa verso la porta, setaccio l’entrata delle minuscole salette, ma il locale non è grande abbastanza. I suoi occhi, nel buio, neri ovviamente, mi intercettano subito - da manuale, spingendomi a guardare come lui mi vede: carnagione olivastra, capelli tagliati di fresco, gambe atletiche, vitino di vespa.
Riconosco l’effetto di una secchiata d’acqua gelida.
I suoi movimenti sono agili, veloci, i suoi abiti sono di cuoio rovinato, sottolineano il fisico asciutto: pantaloni e maglia aderenti, stivali cult style e due flagelli pendenti all'anca sinistra.
Penso immediatamente di non aver mai visto niente di più eccitante. Allora perché me la tiro tanto?
Perché di bei tipi che vogliono portarmi a letto posso averne quanti ne voglio e non c’è motivo di farmi scopare sempre dallo stesso cazzo, maschilista e arrogante, che si aspetta obbedienza e senza tante cerimonie.
Lui è così, ha la carta di identità scritta negli occhi.
«Ma ciao! Mi stai forse evitando, bellezza?» L’ironia nella sua voce ha un effetto stridulo sui miei nervi, come di metallo che raschia l’asfalto. Lo guardo, lui sorride, con quei suoi piccoli denti perfetti e penso, lo odio. Lo detesto.
«Chiudi quella bocca,» ci vogliono un paio di secondi perché tutta lo sdegno e il rancore vengano fuori, «stai perdendo il tuo tempo, Ivano.» Le parole mi escono secche, acute, lui aggrotta la fronte e ride.
Ride e dice: «Perché tanto non me la dai, ho indovinato?»
«Tesoro, te lo puoi scordare» rispondo beffarda, «sono spiacente.»
«Lo sarai eccome!» fa una smorfia, ha le pupille dilatate come quando è arrapato o sta per picchiarmi. Sento già il sangue girare vorticosamente, sempre più veloce, Ivano è così selvaggio che con nessun altro sono riuscita a uguagliare l’intimità che raggiungiamo insieme.
Sento il calore accumularsi nelle mani e irradiarsi a poco a poco in tutto il corpo. Istintivamente sono sopraffatta da una sensazione sconvolgente, voglio ferirlo, dargli quello che si merita, incidere una cicatrice così profondamente che non si sarebbe mai più cancellata dal suo cuore.
«E perché? Per fingere che è questo che vuoi? Non sarò la consolazione di un Daddy-boy ubriaco che non ammette a se stesso di essere quello che è, un frocio.» C’è un sapore agrodolce nel prendere in bocca tanta durezza.
Ivano non si muove, bruscamente mi volto e vado verso uno dei separè. «Va pure, non ti fermare» mi grida dietro. «Credi davvero di essere un esempio per tutti? Non ci casca nessuno, cara mia.» Scoppia a ridere. «Non sono io che devo farmi picchiare per sottomettermi a un uomo» annuncia, «preferisco che mi si scopi il culo come si deve o riempirmi la bocca per il migliore pompino che sia mai stato fatto, piuttosto che fantasticare su quello che potrei avere se trovassi il modo giusto. Al dunque, poi, non sono io che sputo sentenze di cui non conosco il senso. Ma va bene così, ti prego, servici pure con questi giochetti, continua con le tue contorsioni mentali, alla ricerca di un posto sicuro, e se non trovi la forza di lasciarti andare vedrai che l’abbandono dovranno fartelo desiderare. L’abbandono è una scelta. Ma sì, vai pure, vattene.»
Impietrita, «sei disgustoso» dico, scuotendo violentemente la testa; la mia voce suona però per niente convinta. Il mondo intero si contrae e le parole di Ivano roteano attorno e diventano grandi, sempre più grandi, fino ad assorbire l’aria e lo spazio.
Pare che tutti mi stiano guardando ed è come uno spasmo ghiacciato che mi scuote fino al midollo. Perché nascosta sotto la gonna di pelle c’è la mia eccitazione, che mi brucia dentro, come un marchio di infamia che attende solo di essere scoperto e strappato da me.
Un brivido mi scuote le ossa e chiudo gli occhi. Mi appoggio alla parete vicina, barcollo. Non lo sento avvicinarsi a me, sento le sue mani scivolarmi lungo le braccia, sento il suo fiato sul collo.
«Ne vorresti tante, eh?» Sta facendo correre le dita lungo i piccoli canali che mi scavano le spalle ai lati delle scapole.
Non riesco a parlare, stringo i pugni con violenza.
«Ehi!» Mi afferra il viso tra le mani e si china su di me. Io ferisco con le unghie l’interno dei miei palmi come se volessi costringermi ad urlare.
«Ehi, ehi, dai, stai calma. È tutto ok.» La sua voce mi accarezza. «È tutto ok» dice, «tutto ok.» Come una ninna nanna.
Vorrei dire qualcosa, qualunque cosa, ma la mia voce è un suono acuto. Un gemito o un sussurro privo di significato. Allungo le dita verso una delle mani che mi stringono il viso e ripeto il gesto verso l’altra mano che tiene poggiata sulla mia guancia. «Dimmi,» bisbiglia lui. Sento il suo cazzo duro premere contro di me e mi abbandono alla sua stretta.
«Dimmi,» sussurra di nuovo. Respiro con lui.
Respiriamo insieme.
«Cosa c’è scritto?» Indica le parole incise sul suo braccio.
«Bambino cattivo» ansimo. «Cattivo.» Ripeto con maggiore convinzione, quasi digrigno i denti. È come se mi agganciassi a un treno che corre via da me.
«Sono cattivo, non è così? Sono crudele con te?» Si schiaccia contro di me e sento la testa sciogliersi. Stringe le braccia intorno al mio corpo e io gemo.
«Dimmi» dice paziente.
«Fammi male.»
«Quanto?» chiede, e il suo mento affonda sopra la mia testa spingendomi a guardare verso il basso, ai suoi piedi.
Sto tremando.
«Un'altra volta, magari?» sussurra e mi lascia andare.
«No, no, fino a che ne hai voglia. Va bene?» Rantolo io e adesso lo supplico mentre lo guardo negli occhi, il suo cazzo spinge nuovamente il mio bacino contro il muro.
Lui non dice nulla. Mi guarda intensamente come un animale assetato e io finalmente, mi decido, lo abbraccio, lo attirò a me e in quell’istante provo una felicità immensa. Mi domando cosa stessi aspettando. Ivano sorride. «Sei tosta ragazzina, neh? Adesso posso prendermi tutto quello che hai da servirmi?»
«Mah, tu cosa dici?»
Mi spintona fino in fondo alla sala, addossandomi a un angolo della pista da ballo, lontani dalla musica e dal caos. A meno che qualcuno non mi fermi, sono decisa a restare fino a che non sia abbastanza.
«No», dice Ivano.
«No?»
«No. Perché sei sorpresa? È questa storia folle che hai messo in piedi, sei stata tu stanotte a volertene pentire.»
Scuoto la testa così forte che il gesto è doloroso. «Ora è diverso» dico. «Per favore.»
«Sì, adesso è diverso, sembri affamata. Vuoi il cazzo? Ne hai bisogno? Vuoi annusarlo?» Ivano prosegue pedante e il suo rifiuto è una lama che penetra con facilità e il sangue sgorga.
«Per favore.» Ormai imploro.
«No, smettila. L’astinenza deve farti sentire debole, ma non credo tu possa morirne. A quest’ora poi, se proprio non puoi farne a meno, un po’ di carne potrai ancora trovarla in giro.»
«Non posso crederci, sei davvero un bastardo. Vuoi il tuo piccolo trionfo, ma quale minuscola vittoria!»
«Ancora non hai capito, proprio non ci arrivi. Accetta questo omaggio come se ti fosse dovuto e ripensati.»
«Sei un frocio!» Stupidamente ancora ribatto.
Ivano sorride, trattiene una smorfia e se ne va, senza nemmeno rispondere, lo perdo di vista. E non c’è sostanza, non c’è cintura, penso, che può portarmi qualche consolazione.
Per un istante sembra che la notte non sia mai esistita, quando lui mi lascia lì tutta sola, la realtà riaffiora di colpo, e manca poco che mi metta a correre per chiedergli scusa.
Ma no, no, Ivano non vuole cerimonie, soltanto decisione. Chiarezza. È un uomo semplice, dopotutto: o sì o no; e questa è la mia giusta punizione.
Ma quanto fa male? Una scelta d’amore non è mai un sacrificio…