7
Il bagno di V.
17 gennaio 2006, ore 3:08
V. entrò in casa e richiuse la porta. Lanciò le chiavi in un portaoggetti di legno sulla consolle nell’ingresso, percorse il corridoio liberandosi della borsa e della giacca e le scaricò sulla poltrona verdina accanto alla piccola finestra del soggiorno. Si sfilò le scarpe e pigiò il tasto lampeggiante della segreteria telefonica, mentre si sbottonava la camicetta. Il nastro partì, svolgendo voci registrate dall’accento metallico. V. ascoltò i messaggi distrattamente e tirò giù anche la gonna. Dal frigo prese una bottiglia di bianco già iniziata, tirò via il tappo di sughero e si versò un bicchiere. Diede un bel sorso e si sentì subito meglio. Ritornò in soggiorno e da un portasigarette d’argento poggiato sul tavolino basso accanto al divano estrasse uno spinello già confezionato. Lo accese, aspirò, trattenne per un po’ il fiato e finalmente liberò dalla bocca e dalle narici il fumo denso e azzurrognolo. Schiacciò il tasto play dello stereo e si avviò in bagno. Chitarra e voce di Ben Harper si espansero per il piccolo appartamento. Canticchiando a fior di labbra V. girò entrambe le manopole della vasca da bagno. Miscelò i flussi di acqua calda e fredda fin quando non fu soddisfatta della temperatura. Tappò il buco, aggiunse sali rilassanti di un azzurro intenso e crema di bagnoschiuma alla vaniglia. Si guardò allo specchio sul lavandino. Poggiò il bicchiere accanto al rubinetto e lo spinello in un piccolo posacenere orientale sul ripiano sotto lo specchio. Atteggiò le labbra unendole e sporgendole all’infuori, come se volessero schioccare un bacio, e si passò i polpastrelli dei medi sulle sopracciglia, stirandole, e poi sotto agli occhi, tirando la pelle sottile e delicata fino a quando la vista non ne risultò appannata. Staccò la chiusura del reggiseno e due seni perfetti, rotondi, piccoli da stare comodamente nella coppa di un palmo, trionfarono superbi. Le corone di un rosa scuro brillavano per un velo di sudore e i capezzoli gonfi e appuntiti aggredirono lo spazio con regale alterigia. Raccolse la matassa di riccioli biondi in un nodo sopra la nuca e lo infilzò con un grosso spillone di legno per tenerlo su. Sfilò gli anelli dalle dita e li dispose in fila sul ripiano, poi aprì un’anta alla destra dello specchio, staccò un batuffolo di ovatta, ci spruzzò sopra un po’ di detergente e prese a struccarsi dagli occhi il velo di rimmel. Il leggero fruscio sulla pelle di quell’operazione era assorbito dai tonfi cupi dell’acqua. La schiuma si montava ai lati del piccolo vortice come fosse albume e da lì si spandeva per tutta la vasca, come una nuvola. V. lasciò il batuffolo macchiato di colore sul lavandino e si sfilò il perizoma. Si grattò tra la folta criniera ricciuta che le ricopriva ordinatamente il monte di Venere, quindi chiuse l’acqua. Prese bicchiere e posacenere e li dispose su un lato della vasca, tra gli shampoo e i bagnoschiuma. Sul davanzale accese l’estremità scura di un nag champa, dalla quale immediatamente si sprigionò un filo di fumo intensissimo. Si cacciò in bocca lo spinello, tirò forte ripetutamente per risvegliare la brace assopita e immerse un piede fino alla caviglia, agitandolo nell’acqua per saggiarne la temperatura. Poi mise anche l’altro e rimase dritta in piedi per qualche secondo. Il pelo dell’acqua le arrivava sotto alle ginocchia e la schiuma le solleticava la pelle. Si accovacciò, assaporò il piacere che le davano le piccole onde che le lambivano il sesso, lasciandole impigliati tra i peli dell’inguine minuscoli grumi di schiuma. Infine si sedette, distese le gambe, poggiò la testa sul bordo, trasalendo per la scossa di freddezza che la ceramica smaltata le propagò dalla nuca lungo la spina dorsale, e si lasciò scivolare sul fondo della vasca. Il fumo dell’hascisc s’impastava a quello dell’incenso rendendo l’aria spessa e satura di un afrore fortemente orientale, e insieme formavano un composto aeriforme scuro che mitigava il compatto biancore del vapore che lievitava dall’acqua bollente e che cominciava ad appannare tutte le superfici lisce del bagno. V. gustò il suo spinello fin quando la brace non arrivò al cartoncino che faceva da filtro. Con gli occhi chiusi aspettò che la confusa nebulosa che le avvolgeva la mente si diradasse lasciandole i circuiti percettivi carichi di ebbrezza e si espandesse, con l’ondulata mollezza di un’onda, per tutto il corpo, avvolgendo sinuosamente i punti nevralgici, chimerici epicentri del suo piacere. Sentì il torpore salirle dalle ginocchia sopra la superficie delle cosce, i capezzoli inturgidirsi e protendersi in punte dure e vibranti, mentre qualcosa si scioglieva al centro dell’addome e un magma, che percepiva salir su dal profondo delle viscere, si convogliava verso il basso ventre, laddove le labbra del suo sesso ricevevano un’abbondante pulsione di sangue e si aprivano come grossi petali cremisi. Come se ogni atto fosse una conseguenza dell’ordine naturale e armonico del cosmo, portò una mano tra le gambe, morse con forza il labbro inferiore per contrastare il violento piacere che le scaricò lungo la spina dorsale il contatto delle lunghe dita con l’interno delle labbra e prese a carezzarsi il clitoride, con piccoli e lenti movimenti concentrici. Sullo sfondo delle palpebre chiuse prese corpo sempre più nitidamente, come un’immagine gradualmente messa a fuoco da un obiettivo puntato sulle sue fantasie più recondite, la sua figura avanzare attraverso una piazza assolata, i tacchi che risuonano seccamente sulla superficie liscia dei sampietrini nel silenzio afoso della controra, la sagoma di un uomo seduto al tavolino di un bar che segue il suo passo, sente il morso dello sguardo gravido di voglia azzannarle il culo con la foga schiumosa di un cane rabbioso che non molla la presa, nemmeno quando lei, ancheggiando visibilmente come per scrollarsi di dosso la bava appiccicosa dei pensieri lubrici del maschio in calore, imbocca uno dei numerosi vicoletti che sfociano, come tanti estuari, nel golfo della piazza. Si vede mentre accelera il passo, il cuore che pompa sangue sempre più forte, il seno in sussulto premere contro la camicetta, il respiro inceppare in un’improvvisa strozzatura della gola allorché avverte la presenza estranea dietro le sue spalle, sempre più vicina, sempre più vicina, fino a percepirne l’affanno e la pungente secrezione delle ghiandole sudoripare, un afrore di animale selvatico, denso di ormoni spruzzati nell’aria immobile come da un nebulizzatore. Il lavorio delle dita sul clitoride si fece più intenso col crescere della suspense e incrementò con decisione quando una mano l’afferra brutalmente per una spalla e la spinge nella cavità scura di un portone. Il CLANG violento prodotto dal legno contro l’intelaiatura in ferro dello stipite, in seguito ad una pedata, le accappona la pelle. Sente la peluria rizzarsi dietro al collo, ma non ha la forza di urlare, anche perché ha la bocca schiacciata dal palmo di una mano. L’uomo la spinge in un anfratto sotto le scale, abbastanza alto per poter contenere entrambi, incastrandole la testa in un angolo chiazzato d’umido. La puzza di muffa si mischia al piscio di gatto componendo una mistura fetente così penetrante da farle lacrimare gli occhi. Sente il peso dell’uomo schiacciato su di lei, il suo alito cocente e stantio di alcool e fumo ringhiarle a pochi millimetri dall’orecchio di stare zitta, di non provarci nemmeno ad urlare. Vede la mano libera dell’uomo frugarle sotto la gonna e sapeva bene che quando quelle dita rudi, irriverenti, noncuranti, avessero trovato ciò che cercavano lei lì sarebbe stata già bagnata, e questa consapevolezza indusse un’ulteriore accelerazione alle sue di dita, che presero a stropicciare il clitoride sempre più con meno garbo. Sente il filo del perizoma scartare di lato e rimanere teso ad arco su una chiappa, il dito più grosso dell’uomo sfregare il solco delle natiche, lievemente increspato da un pelo rado e ricciuto, e conficcarsi come un dardo in quel crogiolo gelatinoso che in quel momento era la sua figa. Sente il dito profanarle il sesso ripetutamente, poi uscire e, zuppo di umore, forzare l’anello di carne dell’ano, stretto e grinzoso come una pastiglia. Sente entrare il polpastrello, poi la prima falange. Sente la sottile pelle elastica tendersi all’entrata della seconda falange e cedere, ne è sicura, ce-de-re quando anche la terza falange, con tutta la gobba della nocca, conosce la sua inesplorata cavità anale. Il suo gemito allora diventa un soffocato grido di dolore che si converte in terrore quando, anticipato dal rumore verso il basso della zip, sente la cappella spugnosa del cazzo acconciarsi dove poco prima c’era un dito e ripercorrerne, centimetro dopo centimetro, la strada. Sente quel grosso transito lacerarle le carni e spingersi sempre più dentro, fino a sentirselo negli intestini. Non può opporsi, non può nulla, le mani incrociate sotto al seno e il corpo schiacciato contro al muro. Vede le lacrime scivolarle copiose lungo le guance, mentre violenti colpi di reni la fanno sobbalzare ad ogni affondo, ricacciandole in gola il respiro che si annoda in strozzati e cupi gutturalismi. L’uomo le sussurra commenti osceni e la mano che non le tappa la bocca corre lungo i suoi fianchi, abbranca la carne soda delle gambe, quella più tenera dell’interno coscia, devasta la ricca vegetazione del Monte di Venere, trova il clitoride proteso come il pistillo di un fiore tropicale e comincia a stropicciarlo col pollice, mentre contemporaneamente il medio e l’indice deflorano la sacralità della sua nicchia. Nelle orecchie, immerse nell’acqua calda e schiumosa, le rimbombò la grassa volgarità di quei commenti, gli epiteti che le venivano sputati addosso con foga animale, che infusero un’ulteriore energia – se possibile – alle dita, che ora esploravano l’interno del punto nevralgico del suo piacere. Sentì l’indistinto ribollire delle sue viscere salire in superficie vertiginosamente, preannuncio inequivocabile di un orgasmo imminente, tumultuoso, che esplose in ogni cellula del suo corpo, sfibrando i tessuti dei muscoli che si tesero allo spasmo, la schiena s’inarcò sul fondo della vasca, la bocca semiaperta imbarcò piccole onde d’acqua, mentre il gorgoglio di urla voluttuose accompagnò l’ultimo sforzo delle dita, che stremate strappavano dalle labbra indolenzite e contratte l’ultimo frammento di quell’esplosione rovente, portandosi via la scia vischiosa dell’amplesso, proprio nello stesso istante in cui sente gli schizzi potenti e copiosi del maschio innaffiarle gli intestini.
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I vostri commenti
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Intrigante,particolare emafraio mia moglie ed il pediatra
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...e non avete mai pensato,mafraio mia moglie ed il pediatra
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Sono convinta che un veroPaola80Una strana nottata
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"Certo lo stile di scritturafriendLa mia prima penetrazione doppia
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a quanto pare non piace afriendLa mia prima penetrazione doppia



